AL MALIBRAN Venezia. La Fenice con la Facoltà di Design e delle Arti dello IUAV propone al Malibran un'opera di Cavalli, il celebre seguace di Monteverdi, in un'opera tra le più significative del Seicento veneziano, la "Didone ". Questo dramma per musica poggia su un libretto di Gian Francesco Busenello, di elevata scrittura letteraria, che rievoca le ben note vicende virgiliane dalla caduta di Troia all'abbandono, a Cartagine, di Didone da parte di Enea. Ma il finale non è tragico: la regina si unisce in matrimonio con Jarba, un antico ammiratore, personaggio in bilico tra momenti di pazzia e toni caricaturali. Busenello costruisce una drammaturgia moderna con una creativa ricreazione delle ben note vicende mitiche e con una ardita successione di quadri interdipendenti. Eppure si coglie nel testo letterario la persistenza di un'aura accademica nel più alto senso del termine, ancora lontana dalle fantasmagorie romanzesche, astutamente commerciali, di Faustini, il librettista che avrebbe successivamente collaborato con Cavalli determinandone scelte teatrali più personali. La "Didone " del 1641 contemporanea al tardo Monteverdi del "Ritorno di Ulisse in patria" e dell'"Incoronazione di Poppea" sembra guardare nel primo atto anche alle opere precedenti del maestro cremonese come il "Lamento di Arianna" con uno stile recitativo molto elaborato che sfocia in patetici "lamenti", in ariosi che enfatizzano la declamazione drammatica. Ci sono anche interventi comici, ma il carattere è prevalentemente tragico: una cupa ossessività circola nell'opera, e Cavalli, nel primo e terz'atto, sembra attratto da una gravità angosciosa. Certo c'è l'apparente distensione del second'atto, il momento dell'attesa amorosa e dell'incontro di Didone con Enea. Il clima è più rasserenato, ma anche ironico e amaro, il discorso è meno continuo, le arie sono più frequenti. Emerge a tratti lo stile di commedia, mentre si intensificano i rapporti con il tardo Monteverdi, con i toni disinvolti del ritorno di Ulisse in patria. Ci sono anche embrionali forme chiuse, abbozzi melodici che qualche anno dopo in Cavalli avrebbero trovato una cantabilità più varia e diffusa e un relativo distacco dai modelli monteverdiani. Il compositore è un creatore di atmosfere e di intrecciati climi drammatici. L'atto della distruzione di Troia è livido, al centro vi è l'incontro intenso di Cassandra con l'amato Corevo morente, ma soprattutto emergono le figure di Didone e di Enea con una caratterizzazione degna di Monteverdi. La Fenice e lo IUAV con la colta collaborazione di Carlo Mayer, riapre il dialogo con un repertorio desueto a dimostrazione che - dopo l'inflazione di riesumazioni settecentesche - è proprio il Seicento veneziano che andrebbe ulteriormente esplorato: penso per esempio alla "Calisto" già studiata da Mayer, opera di straripante intrattenimento. La scrittura della Didone come di altre opere del tempo è stenografica, limitata per lo più alla linea del canto e del basso. Di conseguenza è la ricomposizione esecutiva che ne determina il carattere. Fabio Biondi, con il suo eccellente gruppo strumentale, l'Europa Galante, ha optato per la semplicità e l'asciuttezza strumentale in funzione di un teatro di parola: la vita della "Didone " si svolge in palcoscenico.La varietà dell'espressione nasce da una concezione interiore della drammaturgia. La sterminata compagnia (una trentina di cantanti) è ridotta con lo sdoppiamento dei ruoli a 14 elementi, che rivelano una singolare capacità di approfondimento del testo, favoriti dal lavoro di concertazione del direttore: più delle voci conta la disciplina stilistica. Il basso continuo, con arpe, tiorba, organi, clavicembalo ecc. è realizzato con sobrietà; gli intermezzi e gli interventi strumentali sono affidati a un piccolo gruppo di archi, flauti, tromboni e percussione, la orchestrazione di Biondi, che ha curato la revisione della partitura, è pensata sempre in funzione del canto. I momenti dell'opera, che definiscono la disperazione esasperata e bruciante di Didone sono magistralmente modellati dalla protagonista, Claron McFadden. Tra i ruoli principali si ricordano l'Enea di Staveland, dalla penetrante recitazione, lo Jarba, contraltista, di Domenech, la Creusa e Anna della Lombardi, la Cassandra della Custer, Ecuba della De Liso, la Venere della Schiavo, l'Ascanio della Alvarez. Ma tutti i cantanti costituiscono un corpo unitario esemplare. La responsabilità dello spettacolo è affidata agli studenti dello IUAV con esiti largamente positivi. L'impianto scenico è elementare: tendaggi al prim'atto con colori spenti ad indicare il clima terreo della caduta di Troia; strutture geometriche con un piano inclinato nel secondo e terzo atto danno largo spazio ai cantanti. I costumi bellissimi toccano vari universi figurativi e trascorrono dal finto antico al gusto dèco. Regia attenta alla musica, con una recitazione di singolare essenzialità. Dunque un'occasione unica per gli studenti di familiarizzare con le esigenze del teatro musicale. Applausi di stima divenuti più convinti e calorosi alla fine. Mario Messinis | |
Bellissimo l’allestimento della "Didone" di Cavalli alla Fenice di Venezia DINO VILLATICO La Francia ha già portato sulle scene moderne quasi tutto il suo grande teatro musicale barocco, soprattutto Lully. L’Italia, che ha un patrimonio forse perfino più vasto e più grande, ci va col contagocce. Accade così che Cavalli, Monteverdi, Rossi sono, incredibilmente, nomi assai più frequenti nei cartelloni di Londra, Berlino e Parigi che non a Milano o a Roma. L’allestimento è affidato all’Università IUAV di Venezia, in collaborazione col Teatro Due di Parma. La parte musicale al complesso dell’Europa Galante diretto da Fabio Biondi. E sulla scena un cast di meravigliosa duttilità e stupenda aderenza a tutte le sfumature del testo e del canto. Impossibilie citarli tutti, ma spiccano la tragica Didone di Claron McFaden, il poliedrico Iarba di Jordi Doménech, l’Enea doloroso di Magnus Staveland, l’intensa Creusa di Donatella Lombardi, la straziante Ecuba di Marina De Liso. Biondi ha lavorato sillaba per sillaba, nota per nota con strumenti e voci e ne è uscito uno spettacolo perfetto. Successo trionfale per tutti. | |
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LA DIDONE di Francesco Cavalli, direttore Fabio Biondi, allestimento dell’Università IUAV di Venezia, al Teatro La Fenice di Venezia |
Venezia, Teatro Malibran Venezia 1641, il teatro è in fermento; si studia, si sperimentano forme e stili nuovi, si inventa e si reinventa. Se sulle rive del Mincio Claudio Monteverdi e sulle sponde dell’Arno Antonio Cesti sono impegnati nella fondazione di quel "teatro in musica" che, di fatto, è la vera forma teatrale in terra italica a potersi confrontare degnamente con il coevo "teatro della parola" europeo, che ha tra i grandi protagonisti Lope de Vega e Tirso de Molina in Ispagna, Corneille, Racine e Molière in Francia, Shakespeare, Webster e Ford in Inghilterra, sulla Laguna veneziana sono Giovanni Francesco Busenello, avvocato, autore teatrale ed Accademico Incognito, e Francesco Cavalli, musicista e geniale sperimentatore a portare il loro fondamentale contributo. La "Didone" del Busenello è un testo che può tranquillamente vivere di vita propria, che potrebbe essere rappresentato anche senza musica, ma al quale, tuttavia, l’apporto della musica geniale ed innovativa di Cavalli, che trasforma il "logos" in "melos", conferisce nuova, ulteriore, dignità alla parola stessa. Già nel preambolo il poeta veneziano ci informa che il canone classico dell’unità di spazio, tempo e luogo dell’azione sarà sovvertito, tutto sarà nuovo, il tragico si mescolerà al serio ed al comico, la storia ed il mito saranno "riadattati" a beneficio del ritmo teatrale e del "nuovo". Il primo atto è dunque tragico nel senso più puro del termine: la caduta di Troia, la morte di Creusa e di Corebo, il lamento di Ecuba, la fuga di Enea con Anchise ed Ascanio, con un intermezzo comico, guarda caso, affidato allo scaltro e maldicente Sinon Greco; il secondo ed il terzo atto vedono l’azione spostata a Cartagine ed incentrata sull’amore di Enea e Didone, regina virtuosa che ha già rifiutato le profferte di Iarba re dei Getuli. Enea, secondo la lezione virgiliana dovrà ripartire verso i lidi del Lazio ove i suoi destini si compiranno, ma Didone non si suiciderà, anzi, si concederà infine a Iarba che, nel frattempo ha avuto modo di impazzire per amore e rinsavire. Come accennato sopra, l’unità tra testo e musica è sublime; bisognerà attendere quasi tre secoli, con il "Pélleas et Melisende", per ritrovare qualcosa che si avvicini alla fusione di parola e musica perfetta dei drammi in musica del Diciassettesimo secolo. L’allestimento della "Didone" di Venezia, al Teatro Malibran è bellissimo e ci è piaciuto davvero, senza riserva alcuna. Gli studenti del Laboratorio integrato della Facoltà di Design e Arti dell’Università IUAV di Venezia, sotto la supervisione di Carlo Mejer, realizzano uno spettacolo assolutamente godibile sotto ogni punto di vista. La regia è forse un po’ estetizzante riguardo ad alcuni movimenti, ma comunque sempre attenta a dare il giusto risalto alla musica ed alla parola. La scena, efficace nella sua semplicità, è in pratica vuota, costituita da una serie di telette mobili e da poche, essenziali strutture che delimitano lo spazio, e si riempie di luci, di ombre e di tenebre, il tutto a creare atmosfere evocative e coinvolgenti. Belli anche i costumi, rigorosi e fantasiosi ad un tempo, con un occhio all’antico ma comunque di concezione attuale; deliziosa l’idea del Mercurio-motociclista, suggestiva quella di Nettuno con il lungo strascico che, mosso ma mimi, richiama il mare agitato. Strepitoso il risultato dal punto di vista musicale. Fabio Biondi, alla testa della sua incantevole, perfetta, Orchestra Europa Galante, concerta, da primo violino, con fantasia infinita, senza mai un attimo di cedimento. La sua lettura non è mai banale, mai scontata; la musica fluisce leggera e sapida ad un tempo, catalizzando l’attenzione del pubblico. Da lodare senza riserva l’attenzione che, di concerto col gruppo di regia, ha dedicato alla parola, che giunge sempre con tutta la sua forza. Ottima anche la compagnia di canto, che, una tantum, si distingue per omogeneità, contribuendo in maniera essenziale alla riuscita dello spettacolo. Sugli scudi la Didone intensissima di Claron McFadden, che ad una voce bellissima per colore e corpo, unisce una presenza scenica superba. Bene anche l’ Enea guerriero ed al contempo padre, figlio ed amante tenero di Magnus Staveland, il quale possiede quel timbro ibrido tra tenore e baritono che tanti colori conferisce alla vocalità barocca. Splendido Jordi Domènech, contraltista di grande classe e dotato di un timbro assai bello, nei panni dello sventurato Corebo e poi di uno Iarba da manuale; la sua scena di pazzia, nella quale si crede ancella di Didone è semplicemente da manuale. Ottima la triplice prova di Manuela Custer, che presta la sua bella voce e le sue indubbie qualità attoriali ad un’accorata Cassandra, ad una Giunone stizzosa e ad una delle tre Damigelle, che ricordano tanto le Dame della regina della Notte. Molto bene Maria Grazia Schiavo nei ruoli di Venere, Iride e di una Damigella; deliziosa scenicamente e vocalmente. Assai buona la tragica Ecuba di Marianna De Liso, che canta anche i ruoli di Ilioneo e di Mercurio, caratterizzandoli con intelligenza e sensibilità. Donatella Lombardi è una Creusa incantevole, che ci ha commosso nella sua scena "d’ombra" del primo atto, come pure è una partecipe Anna ed una sapida damigella. Isabel Álvarez è anche lei bravissima, sia come Ascanio che nei due più brevi interventi nelle vesti di Amore e Fortuna. Gustosissimo il sempre bravo Filippo Morace nel suo intermezzo comico di Sinon Greco, una gioia per l’uditorio, e poi nei panni di un Vecchio. Molto bene ha fatto anche Roberto Abbondanza, autorevole Nettuno, regale Giove e ottimo Cacciatore. Ci sono piaciuti il suo smalto e la proprietà del fraseggio. Un plauso, infine, ad Antonio Lozano, credibilissimo Anchise, delizioso Eolo ed autorevole Sicheo, ed a Gian Luca Zoccatelli, il quale si è ben portato nei due brevi interventi di Pirro ed Acate. Gli applausi da parte del pubblico, già convinti alla fine del primo e del secondo atto, sono diventati una vera ovazione, davvero meritata, al termine dello spettacolo, accomunando, giustamente, tutti quelli che hanno contribuito alla sua riuscita. Alessandro Cammarano | |
Cavalli alla riconquista di Venezia Quel che colpisce maggiormente nella magnifica operazione veneziana sul barocco di cui parliamo è la consacrazione moderna della coppia Busenello-Cavalli: il librettista è davvero lo Shakespeare italiano, come sostiene Carlo Majer, ideatore e coordinatore del progetto presso la IUAV di Venezia e Teatro Due di Parma per una inedita creazione collettiva di regia, scene, costumi, luci, azioni mimiche e lettura drammaturgica di grande semplicità e insieme di alta suggestione. Anche per questo lo spettatore può concentrarsi sulla perfetta "pronuncia" del recitarcantando (esperimento che aprirà una nuova strada interpretativa made in Italy) e sulla parte musicale, affidata alla intelligente e colta guida di Fabio Biondi con la sua splendida Europa Galante. Biondi è andato a fondo nella comprensione della partitura unica veneziana, che nasconde sotto sovrastrutture tardive forse napoletane la fonte veneziana del 1641. Ottima la resa di tutti gli strumentisti e specie del basso continuo ed eccellente la prova di tutti i cantanti, in parti al limite dell'eseguibile: la Didone della McFadden è possente e tenera regina e donna,per una volta salvata dal librettista per un fine lieto o quasi; il norvegese Staveland era un perfetto "pio" Enea, assai poco eroe e molto raccomandato figlio di dea; sfolgorante Custer come Giunone impellicciata ma anche toccante nella disperazione di Cassandra; incantevole Schiavo come Venere ma anche come scanzonata damigella, in questo ben assecondata da Lombardi; brava De Liso nel passare dalla dolente Ecuba al furbo Mercurio e molto convincente anche Álvarez nella fresca vocalità di Amore Ascanio e Fortuna. I restanti ruoli maschili erano ugualmente ben assortiti tra Lozano Zoccatelli Morace e Abbondanza e soprattutto Domènech nell'impervio ruolo di Iarba. Dinko Fabris | |
Francesco Cavalli (1602-1676), um mehr als eine Generation jünger als Claudio Monteverdi (1567-1643), war auch dessen begabtester Nachfolger. Die besprochene Oper wurde 1641 in Venedig uraufgeführt und ist musikalisch deutlich in der Nachfolge des älteren Komponisten. Dramatisch bewegte Rezitative, sehr ausgeweitete melodische Ariosi, bewegende Lamenti, und auch Nummern mit mehreren Solisten zugleich, prägen diese Oper. Zu den Wiener Festwochen 2003 gab es Cavallis „La Callisto". Die gesamte Produktion des Werkes übernahm die „Facoltà di Design e Arti dell’Università IUAV die Venezia" unter Prof. Carlo Majer. Große Bühnenräume, gute Personenführung, auffallend stimmige Beleuchtung, und schöne an die Antike gemahnende Kostüme sind zu vermelden. Diese Produktion wird auch in Turin und Parma gezeigt. Das Fenice hat eine gewisse Tradition mit Cavalli, denn seit 1959 ist es die siebente Oper des Komponisten, welche hier gespielt wird. Ganz hervorragend war der Dirigent Fabio Biondi mit dem Orchestra Europa Galante. Eine mitreißende, voll überzeugende Interpretation ganz im speziellen Stil jener Zeit zwischen Renaissance und Barock mit einem ganz starken Zauber versetzte einem in eine längst vergangene Zeit. Die Oper ist immerhin 365 Jahre alt. Die Handlung entspricht der bekannten Geschichte, auch von Berlioz in den „Troyens" verwendet, nur begeht Dido zum Schluss nicht Selbstmord, sondern erkennt, dass ihre wahre Liebe dem lange erfolglos werbenden Iarba gehört. Damals liebt man einen glücklichen Ausgang, so endet die Geschichte mit „lieto vivi". Die Sänger sind durchwegs zu loben, es waren nur gute Stimmen aufgeboten, bestens mit dem Stil und der Technik diesen auch zu realisieren, vertraut. Einige Namen sind durchaus bekannt. In der Titelrolle ganz vorzüglich Claron McFadden sehr überzeugend; und sie ist eine schöne Frau noch dazu, also wie gemacht für eine Hauptrolle. Einen angenehmen, beweglichen Tenor hat Magnus Staveland als Enea, er ist schlank und groß. Er hat auch eine große Glatze, einem Helden hätte man wohl eine Perücke verpassen können? Den lange unerhört bleibenden liebeskranken Iarba (im ersten Akt auch Corebo) sang Jordi Domènech, ein Contraalto mit einer weich, rund und voll klingenden Stimme, perfekter Technik, und virilem Ton. So könnten auch die seinerzeitigen Kastraten geklungen haben. Alle anderen Sänger, darunter einige deutlich sehr gute, sangen zwei oder drei Rollen. Ein in Italien normalerweise unüblicher, heftiger, starker, lange anhaltender Beifall mit zahlreichen Bravi war der Schlusspunkt eines außergewöhnlich schönen Abends. Unter den italienischen Opernhäusern hat Venedig zweifellos den interessantesten Spielplan. Immer wieder erlebt man dort musikalische Entdeckungen vergessener Kostbarkeiten in einer fast immer vorzüglichen Aufführung. Man kann Opernfreunden eine Reise nach Venedig (zumal mit Billig-Tickets auch kostengünstig) wegen der schönen, einmaligen Stadt und den Opernaufführungen nur sehr empfehlen. Martin Robert Botz | |